15 febbraio 2010

John Ashfield e Wordpress - La mia opinione è no, grazie...

Re-posto una spinosa situazione, che sta girando sui social network e sul web da tutto il pomeriggio, capitata alla mia amica Sybelle.

Scrive Sybelle su Friendfeed:

«Il 5 Aprile ho pubblicato un post in cui analizzavo una campagna stampa di John Ashfield, brand d’abbigliamento italiano ma dal sapore inglese, dopo averla vista per mesi pubblicata su una rivista.


Nei commenti intervengono ex dipendenti e attuali presunti manager di John Ashfield che iniziano a dibattere, nonchè altri possibili clienti che chiedono ulteriori informazioni.

Venerdì sera un amico mi avverte che il blog è inaccessibile: scrivo a Wordpress e mi viene chiesto (in inglese) di rimuovere dal post tutto ciò che non posso certificare come vero.

Nel mio post sono contenenti opinioni sulla campagna stampa (che ritengo sia carente da certi punti di vista), ma ripeto: opinioni. Credo che il post sia stato segnalato (non so bene da chi, ma un’idea ovviamente ce l’ho) ma che non sia stato letto da qualcuno che conosce l’italiano».

Forse il post è stato oscurato per un commento:

«Conosco l’azienda, ci ho lavorato (la più tremenda esperienza lavorativa della mia vita). Si spacciano per “british” in realtà il prodotto è elaborato in una sorta di garage nella provincia di Forlì, e relativi piani superiori di una ex palazzina d’abitazione.La produzione vera e propria, poi, è fatta perlopiù in Bangladesh e relativi Stati dove la manodopera costa un fico secco… Campano sostanzialmente di outlets dove l’ignaro cliente crede di acquistare un prodotto britannico od anglosassone, a prezzi anche contenuti e illudendosi di risparmiare (non sapendo che, la camicia pagata 25 euri, ne è costata a malapena 5 o 6 fra tessuto e confezione).
E’ anche vero che questo modo di fare oramai ha preso piede un po’ per tutti i marchi, però loro, per quel brutto periodo che mi hanno fatto passare, meritano di essere descritti per quello che sono… tutto qui..
(ah, le campagne fotografiche sono “bricolage”, se le fanno da soli in un stanzetta della “ditta”.. Non mi aspetterei nulla di più di quel che han proposto… almeno è esemplificativo di quello che sono loro, della loro essenza vera».

(Qui la cache del post scomparso, grazie a Wolly e grazie a Piovono Rane)

6 febbraio 2010

Perché è difficile scrivere una tesi: parte seconda

Avevo già parlato del fatto che scrivere una tesi di laurea, per me, è un po' come morire; e in questo momento mi sto rendendo conto che anche dopo aver scritto la bellezza di 200 pagine, ricche di contenuti, immagini, elenchi puntati e proposte; la parte difficile non è ancora finita.



I relatori, questa stranissima razza che si sveglia sempre a 20 giorni dalla consegna definitiva del tuo lavoro (non un giorno prima), richiedono a noi studenti dopo la fase di produzione dei contenuti una fase altrettanto delicata (e un po' noiosa, per usare un eufemismo): la messa a punto della forma.

Non basta scrivere, per loro, non basta correggere e formattare il testo curandone la resa grafica, no. Bisogna cercare di elaborare e strizzare ciò che si è scritto in schemi ed euristiche interpretative.
Ah, e ovviamente arricchire il tutto con un fantastilione di note a piè di pagina di libri che si è a malapena aperto, di didascalie a prova di ebete a ciascuna fotografia, grafo o tabella inserita nel testo.

Durante una pausa del mio lavoro serale (e oltreutto nel week-end) mi sono domanto: ma perché?

La risposta, stando alla motivazione fornita dagli stessi relatori, è che tanto "nessuno le legge le tesi che scrivete", però tutti danno un occhiata approssimativa alle pagine della tesi dello studente del collega, e il modo migliore per catturare l'attenzione è un bello schema riassuntivo, in grado di spiegare le 50 pagine precedenti, con una bella didascalia (sempre a prova di bamboflesso) che ridice esattamente il contenuto delle 50 pagine, ma in breve, per non annoiare il professore.
Il risultato, è non far perdere la faccia al proprio relatore, anzi, magari fargli fare una bella figura.

Ma allora, se annoia il professore, se annoia il relatore, se annoia il controrelatore, se annoia tutti, perché continuare a perdere tempo con questa farsa?

Santo cielo, è una farsa, una stupenda messa in scena per tutti.
Se il focus della scrittura di una tesi fosse esclusivamente sulla capacità di produzione scritta, come qualcuno mi aveva fatto notare in rete, potevo ancora capirlo ed essere daccordo.
Ma se tutti gli sforzi che adesso mi vengono richiesti sono nel cercare di dare un taglio grafico editoriale accattivante per il lettore occasionale e superficiale (guarda un po', proprio quello che farà parte della commissione e che teoricamente dovrebbe essere lì per valutare il mio lavoro) si capisce che l'obiettivo che sta dietro alla tesi di laurea diventa semplicemente quello di impressionare la commissione con della fuffa.

E io, onestamente, di tutta la fuffa dell'università italiana, mi sarei rotto anche un bel po' i cohones.

3 febbraio 2010

From Cool to Good


Ieri pomeriggio sono stato al convegno/seminario "From Cool to Good" organizzato dall'Università Bicocca e dal professor Goetz, mio docente di e-branding nella laurea specialistica in brand management.


Moltissimi gli spunti interessanti a cui ho assistito, cito in ordine sparso:

  • il presidente di Assotravel Lombardia ci ha spiegato che il turismo inteso nel senso classico come "metti una serie di persona su una spiaggia assolata a fare le lucertore 9-10 ore al giorno" non esiste più; le agenzie di viaggio devono quindi innovare la loro offerta arricchendola di proposte esperianziali fatte di proposte di cultura, e non solo di svago;
  • il turismo sostenibile è un trend importante, Raffaella Caso, curatrice del blog Greenstep, ha infatti esposto un po' di cifre su questo nuovo fenomeno di vacanza sostenibile e intelligente, alla ricerca dell'avventura e del rispetto per l'ambiente, la società e l'economia dei paesi che vengono visitati;


  • ho scoperto l'esistenza di qualcuno che ancora si ricorda dell'esistenza dei newsgroup e delle bbs e per questo mi sono sentito vecchio, lo ammetto;
  • ho assistito interessato alla presentazione sulle reti di imprese di Andrea Rossi, fondatore di innovActing, una forma di aggregazione utilizzabile dalle pmi italiane per aggregarsi e condividere fasi importanti della loro catena del valore (come la ricerca e sviluppo?) se ne parla meglio su Marketing Usabile;

  • ho assistito alla presentazione del caso Ermes.net, community realizzata per promuovere i valori del turismo sostenibile, luogo di incontro tra operatori del settore turistico e potenziali viaggiatori interessati a scoprire nuovi modi di andare in vacanza. La piattaforma, che si propone come un nuovo social network, mi ha ricordato alla lontana una sorta di tripadvisor, specializzato però sulle forme sostenibili di viaggiare: a Roma in questi casi si dice CBCR (cresci bene che ripasso);


  • Ermes.net ha presentato anche il video contest From Cool to Good, che dava il titolo alla conferenza, a mio avviso si tratta di un buon esempio di come sia possibile realizzare una modalità innovativa per promuovere un nuovo social network. Ermes ha infatti invitato gli utenti registrati, e anche il popolo dei videomaker (con la collaborazione del network motiongraphics.it) a realizzare un video in motion graphic sul tema del turismo sostenibile.
Il convegno è stato chiuso da interventi di carattere più teorico, e ho trovato molto interessanti gli spunti lanciati dal professor Massarenti, sulle tecniche di predizione del comportamento di una community, mutuate dal calcolo probabilistico di Poisson.

Questo il video brief dell'iniziativa, magari qualcuno di voi vuole vedere come va a finire... :)

29 gennaio 2010

Advertising geniale, advertising non geniale

Ho letto su vari blog, e su più di un profilo sui Social Network, reazioni molto entusiaste per questa campagna di una nota marca di whiskey scozzese:



A me non ha fatto impazzire perchè la ritengo fondamentalmente una demo di prodotto, dall'ottima esecuzione dipesa in gran parte dalle capacità di un attore, Robert Carlyle, che stimo moltissimo; ma pur sempre una demo che porta avanti il concetto di brand senza innovarlo e senza un'idea creativa forte alle sue spalle.

Trovo geniale, invece, questo annuncio:



Voi che ne pensate?

22 gennaio 2010

Lo dicevo io...

Quindi anche gli inglesi si sono accorti di qualcosa che molti, moltissimi, tra cui anche il sottoscritto, pensavano sin da quando il Presidente del consiglio è stato colpito da una statuetta del duomo.

Come scritto da Libertà di pensiero i media inglesi stanno iniziando a rilanciare l'ipotesi che tutto l'attacco fosse in realtà una bufala, o quantomeno che la reazione sia stata spropositata rispetto ai danni effettivamente causati.

18 gennaio 2010

Operatori di telefonia mobile: non sarebbe ora di cambiare spot?

Scrivo queste riflessioni dopo un viaggio in treno, evidentemente il tempo passato nel Frecciarossa Milano Roma stimola i miei neuroni tantissimo.
In effetti quando non si ha la possibilità di fare le cose che si è soliti fare per passare il tempo (tipo cercare materiale online per la tesi, o cazzeggiare su Friendfeed) si pensa di più, e la mancanza di collegamento internet per il mio iPhone babbonatalato di recente mi ha fatto venire molte idee in mente.

Le butto lì, sparse, come quando si gioca a shangai:

1) Pagare 89€ per un treno è scandaloso;
2) Pagarli per un servizio che nel 2010 ancora non prevede Internet wifi a bordo, è ancora più scandaloso;
3) La rete telefonica mobile di questo Paese fa pena.

Ne parlavo l'altro giorno su Facebook con il mio boss, e non posso che dargli ragione. Con il collegamento in rete dati Vodafone ho passato due ore senza rete, mezz'ora con solo la linea voce, e il tempo rimanente con la possibilità di andare online.

Non conosco la situazione degli altri operatori, ma al momento sono dell'idea che i gestori debbano impegnarsi un po' di più per ampliare la copertura delle loro linee dati mobili. I motivi sono molteplci:
1) Internet era il futuro, ma adesso è il presente. Sono sicuro che il business di questo segmento crescerà paurosamente nei prossimi mesi, tutti i telefonini di nuova generazione vanno in quella direzione, e dopo un lungo periodo di tempo in cui le
differenze tra i vari operatori si sono misurate per le tariffe applicate credo sia giunto il momento in cui si torneranno a misurare per la qualità del servizio offerto.

A tal proposito butto lì una provocazione finale, che dona anche il titolo al post: i signori gestori invece di continuare a fare spot basati su tette e totti e su testimonial variegati, non potrebbero lanciare una seria campagna di ampliamento della copertura in tutto il paese e magari utilizzarla come concept in comunicazione?

Sarebbe a mio avviso un modo intelligente di differenziarsi e fidelizzare i propri consumatori, attirandone magari anche altri.

13 gennaio 2010

Scrivere la Tesi di Laurea Specialistica, è un po' morire...

Dedico questo post ai tanti, tantissimi studenti che come il sottoscritto stanno scrivendo la tesi di laurea, o che si stanno apprestando a farlo, o anche solo che vedono il traguardo da lontano.

La mia esperienza personale, da Studente di Comunicazione (prima Scienze della, ora sono passato al molto più vendibile Comunicazione e Strategia della marca e del consumatore) mi porta a dire che scrivere una tesi è una delle cose più mortali e annichilenti che esistano.

L'opinione vale specialmente per chi come me a partire dai 22 anni in poi vorrebbe anche iniziare a lavorare, a mettere cioè in pratica le cose che ha imparato sui banchi di scuola e nei corsi Universitari.

In un giorno le ore passate davanti al computer per chi svolge entrambe le attività di tesi e di lavoro, diventano infinite, si allungano, arrivano anche fino alla tarda notte passata magari alla ricerca smodata dell'articolo giusto, della fonte, dell'aggancio che ti potrebbe essere utile per trovare la conclusione giusta per un paragrafo o per un capitolo

Io sostengo in questo mio blog, che in alcuni casi scrivere una tesi è una prassi obsoleta, qualcosa che andrebbe abolito, in quanto potenzialmente dannoso (nonchè inutile) per la vita e la crescita di una persona.

Fermi tutti, è ovviamente una provocazione, ma valutatela considerando la situazione di un laureando del nuovo ordinamento come me: ho scritto in questi anni la tesina della triennale (che sono diventate due nel mio caso, ma vabbè, tralasciamo le stranezze di Roma TRE); e adesso devo rimettermi a scrivere di nuovo un'altra tesi, molto più lunga delle precedenti, quando invece vorrei semplicemente darmi da fare, apprendere ancora di più, liberarmi da questo fardello chiamato Università e crearmi un'indipendenza e una capacità professionale in grado di far crescere me e chi mi sta intorno.

Qualcuno ha commentato che no, la mia considerazione, o provocazione, è sbagliata. Per loro è giusto far produrre a uno studente un tomo da 200 pagine almeno una volta nella vita; è giusto verificare la capacità di produzione scritta: benissimo, ok, rendetelo un esame, che ne so, chiamiamolo capacità di scrittura professionale, chiamiamolo come vi pare, ma non obbligate le persone a ridursi così nel bel mezzo del loro primo ingresso nel mondo del lavoro.

"Dannazione, sono in Università di Comunicazione, se non sono in grado di scrivere non mi dovete far laureare, non dovete permettermi di arrivare nel mercato del lavoro in una condizione tale da non essere in grado di mandare una mail a un cliente..."
Questo, il flusso di coscienza che continua a passarmi nella testa in queste ore.

Secondo il mio modestissimo parere - e ora finisco per tornare alle mie amare pagine notturne - andrebbe unificata la tesi di laurea di specialistica e triennale, è inutile farne fare una prima, una dopo... ma che vuol dire?

Andrebbe verificata a priori la capacità di produzione scritta di uno studente. Forse anche prima dell'iscrizione ai corsi universitari.
Andrebbe reso molto più chiaro l'iter attraverso il quale uno studente deve fare i suoi step di crescita personale, le Università ci richiedono di fare uno stage, che duri giusto quel piccolo lasso di tempo (dalle 250 ore in su) che consenta di fare esperienza, e che ti permetta poi di buttarti a capofitto nella tesi.
Tanto si sa, tutti nel mondo del lavoro sono lì che ti aspettano a braccia aperte, che proprio attendono il momento in cui avrai finito di citare milleduecento autori alla fine di un enorme documento che la maggioranza delle persone a cui potrebbe essere indirizzato non leggerà; e in cui moltissimi studenti (io, e molti miei colleghi) non credono più ormai da tempo.